mercoledì 29 luglio 2009

Back Home

E così alla fine sono tornato dal mio peregrinare per l'Italia, reduce dal mini-tour tricolore del buon vecchio Bruce Springsteen.

In realtà sono tornato venerdì scorso, ma ho preferito lasciar passare un po' di tempo, riflettere, riposarmi, pensare ad altro.

Non voglio prendere in giro nessuno, è stata una settimana faticosa (quella del tour, intendo). Ma noi springsteeniani siamo così, alcuni fanno addirittura un culto della sofferenza, altri sfoggiano con sorriso ebete i lividi da transenna, ruminando poi bestemmie in privato per questa o quella costola incrinata, o per le piaghe dovute all'ennesima notte sul nudo asfalto davanti ai cancelli degli stadi. Non sono tutti così, eh. Ma alcuni, già, alcuni sì.

Sabato 18 luglio partivo con il compare Gabriele da Malpensa, per arrivare, tra una cosa e l'altra, nei pressi dello Stadio Olimpico di Roma poco prima delle 16. Ci avviciniamo alla folla già in coda (una trentina di ore prima del concerto, va detto), prendiamo il numerino 250, ma non abbiamo intenzione alcuna di bruciarci l'Urbe, e quindi abbandoniamo i compagni d'avventura e ci gettiamo lungo via del Corso, il Pantheon, il Colosseo e via dicendo, e tra un centurione (abbella! so' ccinqueuri!) e una birra trascorriamo tutto il pomeriggio, per poi spostarci verso Campo dei Fiori e quindi Trastevere per una sana cena ristoratrice. Ancora un giro per Roma, e poi a dormire, che domani ci si alza presto.
I nostri sogni di gloria vengono infranti all'alba: sms minatori ci avvertono del fatto che ormai ci sono più di 800 persone davanti allo stadio, e la vox populi dice che verranno dati solo 1000 braccialetti per il pit (che se non sapete cos'è non siete stati attenti nelle scorse puntate). Ci si lava in fretta e furia, voliamo verso lo stadio, prendo il numero 996, per oggi siamo a posto.
La coda è gestita in modo approssimativo, l'entrata è pessima, un serpentone umano sudaticcio e incazzato che spinge senza un perchè, e poi BUM! siamo dentro allo stadio, dentro al pit, a un passo dalla transenna, peccato che non sono nemmeno le 17, e oggi, complici i Mondiali di nuoto che sono a due passi, bè, si inizia dopo le 22. E' uno stillicidio, una fatica assoluta, ma quando alla fine, intorno alle 22.30 circa, le luci si spengono e comincia tutto, bè, è un grande spettacolo. Scaletta sconvolta dopo pochi pezzi, American Skin, My City of Ruins dedicata a L'Aquila, You Can't Sit Down, roba che alla fine, mentre addento un panino con porchetta da un milione di calorie, sono esausto ma contento.

Lunedì mattina sveglia presto, aeroporto, poco dopo pranzo sono a casa. Il tempo di cambiare la roba nello zaino, una doccia veloce, due cose di lavoro da sbrigare, e salgo in macchina, direzione Torino. Davanti all'Olimpico, molte facce già viste a Roma, nelle tappe precedenti, negli anni passati, baci, abbracci, numerino sulla mano, 181, e anche per stavolta siamo a posto. Oggi va pure di lusso, vado a mangiare con una decina di amici (grigliata mista rinforzata con polenta, peperoni e cipolle, che il rock non è per signorine), appello delle 23 e poi accampamento a casa di amici, in sei (poi sette) a dividerci letti, divani, pavimenti, materassini. Appello delle 6 in pigiama, si ronfa di nuovo fino alle 8.20, poi un trionfo di colazione, perchè la padrona di casa è un angelo, e alle 9 siamo in postazione davanti allo stadio, e anche oggi sarà una lunga giornata. Così lunga che quando decidiamo di addentare qualcosa, poco dopo le 13, da quasi tutti i porchettari è finito il pane. Roba da matti.
Stavolta la fila è abbastanza ordinata, e la sicurezza si dà da fare, entriamo camminando, non si corre, nessuna gamba falciata, niente spintoni. Roba che in Italia non si è mai vista, siamo tutti stupiti e piacevolmente colpiti. Siamo dentro, siamo nel pit, sono da poco passate le 16, e prima delle 21 (poi inizierà intorno alle 20.45) non si comincia.
E quando quell'ometto quasi sessantenne, quel bovaro del New Jersey, sale sul palco e dice "Cerea Torino! Mi i sun cuntent d’ese ambelesi con vojautri! Nè?", e poi attacca con Loose Ends, bè, qualcosa potrebbe lasciar intuire che succederà qualcosa di unico, stasera. E infatti, al momento delle richieste, ecco che arriva Travellin' Band, e già qui, ok, alla grande, ma poi il pezzo dopo... No, non può essere. Voglio dire, è almeno un mese e mezzo che gliela si chiede, in tutta Europa, ma proprio qui, stasera... No, dai. Eh, e invece sì. Drive All Night. E non dico altro.
E poi, dopo una My Hometown buttata lì, alza un cartello verde, che quel cartello verde l'ha fatto Daniela, che poi è la padrona di casa del trionfo della colazione, e sopra c'è scritto Backstreets. Ora, non importa che voi conosciate o meno il pezzo, ma vi basti sapere che a un certo punto il testo dice "we swore forever friends", roba che se la si ascolta dal vivo con gli amici, come stavo facendo io in quel momento, bè, quegli abbracci hanno un significato unico.
Alla fine non ci sono parole, ci si guarda, si sorride, non si riesce a dire nulla. Ci si abbraccia, grandi pacche sulle spalle, la sensazione di aver vissuto un evento pazzesco.
Torno a casa con Rob, ma non è finita, domani si parte per Udine.

Cerco di recuperare almeno una frazione del sonno arretrato, cambio la roba nello zaino, mi faccio una doccia, e poco dopo pranzo si parte per Udine, con sosta a Milano per raccattare altri blood brothers, coda per uscire dalla tangenziale, improperi, soste in autogrill e varie, morale della favola arriviamo in Friuli (che, per chi non lo sapesse, è in capo al mondo, per usare un eufemismo) poco dopo le 21. Prendo il numerino, 248, e via, anche per domani siamo a posto.
Aspetto l'appello di mezzanotte tra una costina, una fetta di formaggio, una birra e un amaro croato (grazie Garybaldi!), rispondo alla chiamata, aspetto Angela, divido il pavimento della casa di Alessandra con Max, che a noi uomini duri il materasso fa schifo. Appello delle 6, nuovo sonno ristoratore, appello delle 9 e tutti in posizione, con una meritata pausa al Bar Stadio per una dovuta colazione. Ora, nella mia ignoranza meteorologica, io supponevo che a Udine il clima fosse, per così dire, fresco. E invece mi becco 30 gradi alle 10 di mattina, per fortuna che lì sanno fare le cose in un certo modo, e la Protezione Civile ci innaffia tutto il giorno, di acqua ce n'è in abbondanza.
Si entra in modo ancora più ordinato che a Torino, pazzesco. Siamo dentro, siamo nel pit, non sono nemmeno le 16 e fa un caldo bestia, l'attesa sarà lunga. Intorno a me, a noi, c'è tutto un mondo fatto di cartelli più o meno raffinati, che da quando Bruce ha deciso di esaudire almeno un paio di richieste a sera, ognuno scrive le cose più strampalate, che non si sa mai. Verso le 19, mi viene la folgorazione, recupero del cartoncino verde, un pennarello, e mi metto a vergare Be True. Che sì, è vero, l'ho già sentita a Parigi sei anni fa (e per me quello show ha un significato tutto suo), ma è una canzone che mi piace da matti, e non si sa mai, magari stasera gli gira di farla.
Intorno alle 21, al grido di "Mandi Udin", inizia lo show. Sherry Darling, una straordinaria Something in the Night, e poi arriva il momento richieste, purtroppo il mio cartello verde con scritta nera non lo prende, forse lo guarda di sfuggita. Summertime Blues, graditissima, ok, va bene. Ma poi... "your scrapbook filled with pictures of all your leading men..." Be True. Non ha preso il mio cartello, ok, ma chissenefrega, l'ha fatta. E se non ci credete, ho ancora il cartello in macchina. Ma non è finita: c'è ancora spazio per una bellissima Streets of Fire, e per un urlo devastante all'inizio di Born in the USA, roba che forse neanche nell'85. E poi, dopo Twist&Shout, tutto si spegne, ci si saluta, almeno per adesso è finita, che sono pochi quelli che andranno anche in Spagna, e io non sono tra loro.

In poco più di un mese e mezzo, dal primo show di Stoccolma a quello di giovedì di Udine, ho visto gente sorridere sotto la pioggia e tentare di battere le mani al gelo, ho diviso il desco svedese ingerendo aringhe e altri ammennicoli con un amico; mi sono accampato su pavimenti, materassini, nudo asfalto e letti, incontrando un'ospitalità incredibile; ho visto uomini grandi e grossi piangere, ridere, saltare e dimenarsi; ho scambiato abbracci unici, che valgono più di mille parole; ho viaggiato in lungo e in largo per l'Europa e per l'Italia, macinando chilometri talvolta a orari improponibili, chiacchierando di tutto; ho fatto file davanti agli stadi con visi già notti e facce ancora da conoscere, rendendomi conto ogni volta di come quella springsteeniana sia una vera famiglia; e adesso, che per me il sipario si è chiuso, si pensa già al futuro, alle nuove date, ai rumors, ai concerti e ai viaggi da fare insieme. Perchè, ancora una volta, sì, ok, la scaletta, i pezzi, l'intensità, il concerto, ma la cosa importante e fondamentale è condividerla con gli amici, con le persone che si incontrano on the road, con ragazzi e ragazze a cui si vuole bene.

Stay hard, stay hungry, stay alive!

martedì 14 luglio 2009

Pillole

Lo so, lo so, nonostante tutti i buoni propositi sto continuando a trascurare il blog, e questo mi spiace per i miei tre o quattro lettori, che immagino vengano su questi schermi ogni mattina, cercando di rubare tempo al lavoro, e non trovano niente di nuovo, costretti quindi a rileggersi le vecchie tavanate o a virare su qualche sitarello di donne nude.

Non voglio ingannarvi, questo è solo un rapidissimo aggiornamento, per commentare in modo sparso e superficiale quanto successo nei giorni passati.

Dunque, ci hanno ampiamente rotto le scatole (per usare un eufemismo) con la storia del G8, prendendoci pure in giro e bullandosi di averlo organizzato a L'Aquila. Ma dico io, mentre c'è gente che dorme ancora nella tendopoli, la città mezza scalcagnata e qualche scossa di terremoto che fa stringere i glutei ai più, questi vanno a buttare via una valanga di soldi per accogliere i cosiddetti grandi del pianeta? Ma per cortesia, fossero rimasti a Roma (o dove dovevano farlo in origine) sarebbe stato meglio per tutti.

Cambia il codice della strada, con trovate geniali tipo la targa personalizzata o il fatto che si può andare a 150km/h in autostrada, ma solo dove c'è il tutor. E nel frattempo, l'altro giorno un ragazzo di Ostia veniva investito e ucciso da due squinternati extracomunitari, già noti alle nostre autorità per un buon numero di reati. Stare più attenti a queste cose parrebbe brutto, invece di perdere tempo e soldi a inventarsi ennesime inutilità?

E' morto Michael Jackson, ma su questo non voglio dilungarmi, rischierei di farne un plauso (e non ero un fan) o in'invettiva (e non me ne frega niente). Negli anni '80 era il re del pop, bla bla bla, mi dispiace, certo, ma fino a un certo punto. Onestamente, faccio fatica a ricordarmi più di 10 canzoni sue, quindi direi che non ha segnato la mia storia musicale più di tanto.

Sono stato a Berna (sfitzera) per un concerto del buon vecchio Bruce Springsteen. E lì sì che sanno come gestire le cose: alle 14 (apertura cancelli alle 15) c'erano 150 persone scarse davanti allo stadio; ragazzi della sicurezza simpatici e affabili; bagni dello stadio puliti a specchio, si poteva mangiare per terra; nemmeno una spinta durante tutte le tre ore dello show, solo una gran voglia di cantare insieme e di divertirci. Chissà come mai, intorno a me e alla ragazza con cui ho fatto il viaggio, non c'era un solo italiano.

E già che ci siamo - anche se so che uscirà dai confini del blog, per qualche strano problema tecnico, ma chissenefrega - beccatevi questo video da Hyde Park:



Ah, già, mi sono anche laureato (per la seconda volta). Ma voi guardate il video, che è meglio.

martedì 23 giugno 2009

Genio puro

Dal Bonnaroo Music Festival:





Dalla mente malata di alcuni pazzi (geni):

giovedì 11 giugno 2009

Stoccolma e ritorno

Come promesso, anche se con un minimo di colpevole ritardo, un breve aggiornamento sul mio recente viaggio in Svezia.

Parto mercoledì da Malpensa, a metà pomeriggio sono già nel freddo (non ancora polare) di Stoccolma, a picchettare l'albergo di Bruce Springsteen. Sì, perchè noi malati di mente, quando arriviamo in una città sconosciuta, non ci buttiamo a capofitto nel turismo, nelle poche ore d'aria che lasciamo libere da file davanti a stadi e palazzetti, ma anzi, cerchiamo di vedere da vicino il nostro eroe facendogli la posta davanti alla locanda che lo ospita.
Comunque sia, niente da fare: fino a lunedì, giorno della mia partenza, vedrò quasi tutti i componenti della band, e con molti di loro mi fermerò anche a fare quattro chiacchiere amichevoli, ma di Bruce nemmeno l'ombra. Pare che l'attempato rocker del New Jersey non abbia troppa voglia di concedersi, e preferisca uscire da porte secondarie.


Giovedì mi metto in fila di buon'ora davanti allo Stadio Olimpico, con una temperatura che durante la giornata non raggiunge i 10 gradi, e una pioggia battente che diventerà molto fastidiosa all'inizio del concerto. Ma nel frattempo, sparpagliati per la fila, vedo molte facce conosciute, e ne incontro altre nuove, a testimonianza del fatto che, anche se qua e là la carboneria regna sovrana, e il talebanismo si fa largo, ci sono ancora degli springsteeniani degni di questo nome, con cui nel corso degli show in giro per l'Italia e per il mondo si instaura un'amicizia vera, che va al di là dei concerti in sè.
Entro nel pit poco dopo le 18, e lì rimarrò fino alle 23, alla fine dello show, sotto una pioggia battente che non ne vuol sapere di darci tregua, e che fa persino scivolare Bruce sul secondo palchetto, con un colpetto sulle reali terga che fa trasalire le fan più sensibili. Anche se fa addirittura male battere le mani, per il freddo, il concerto è ottimo: Nils Lofgren ha finalmente il giusto spazio tra Because the Night e The Ghost of Tom Joad, Wild Thing è spigliata e divertente, Hard Times eccelsa (grazie anche ai coristi Curtis e Cindy), e in definitiva i brani dell'ultimo disco, anche se non convincono ancora del tutto, sono molto meglio dal vivo di quanto mi potessi aspettare.

Vado a dormire convinto di svegliarmi il giorno dopo con la polmonite, ma incredibilmente venerdì mi ritrovo solo un po' acciaccato; decido però di non passare tutto il giorno davanti allo stadio, ma di concedermi un po' di turismo - anche gastronomico - in compagnia dell'amico Vittorio. Dopo un giretto in città, su consiglio della nostra graziosissima signorina della reception scarpiniamo fino al Prinsen, ristorante in cui ci dedichiamo a tutte le specialità locali, sborsando un'enormità, ma in fondo chissenefrega, ne valeva la pena: aringhe, pesce persico, uova arancioni di qualche pesce sconosciuto e via dicendo, rimaniamo a tavola fino alle 15 passate, e quindi, con tutta calma, ci avviamo verso lo stadio. Non piove, ma la temperatura sembra essere anche più bassa del giorno prima (scopriremo che la sera si sono toccati i 2 gradi).
Preso il braccialetto per l'agognato pit, andiamo al vicino pub per una birra (rigorosamente export, quelle locali arrivano al massimo a 3,5 gradi, in pratica acqua sporca), ed entriamo poi nello stadio intorno alle 19 passate, guadagnando comunque una buona posizione, verso metà pit, sul lato Clarence.


Il concerto è grandioso: si inizia con Downbound Train, e nel corso della scaletta arriveranno chicche come Good Lovin' e Lost in the Flood elettrica, oltre alla tour premiere di Queen of the Supermarket e a una strepitosa Detroit Medley, con al suo interno anche Land of a 1000 dances. Infreddoliti ma felici, intorno alle 2, mentre fuori già albeggia, ce ne andiamo a dormire.

Sabato è la nostra "giornata libera", il prossimo concerto sarà soltanto domenica. Dopo aver picchettato per qualche ora - e senza successo, di nuovo - l'albergo di Bruce, ci dedichiamo un minimo al turismo, girando per la città vecchia, e guardando le bellezze della città, per poi addentare un succulento hamburger di alce, indispensabile per calmare i morsi della fame. E mentre altri amici arrivano dall'Italia per l'ultimo show, decidiamo di cenare all'Hard Rock Cafè (uno dei più scalcinati in cui io sia mai stato: se capitate a Stoccolma, non andateci).

La domenica ci alziamo di buon'ora, e dopo una succulenta colazione andiamo all'Olimpic Stadion, aiutati da un pallido sole e da una temperatura finalmente accettabile. Si passa tutto il giorno insieme agli amici springsteeniani - compreso un gradevolissimo fish&chips nel pub vicino, nella pausa di pranzo degli appelli - e all'apertura dei cancelli riusciamo a conquistare una dignitosa seconda fila, lato Clarence.
Il concerto è strepitoso: No Surrender apre, e nel corso dello show, dopo la tour premiere di The River (che, lo sapete, per me ha un significato particolare) c'è spazio anche per un'eccezionale Fade Away, una grandiosa Jungleland e una Twist&Shout suonata apposta per spaccare in due lo stadio.

Usciamo dai cancelli un po' storditi ma estasiati, con dei sorrisi da guancia a guancia, e già cominciamo a fare progetti per viaggi futuri, concerti in qualche strano Paese, in Europa o in America, fantasticando su quali pezzi potranno entrare in scaletta e faticando ancora a credere a quelli che abbiamo sentito.

Arriva il lunedì, qualcuno è già partito, si fa l'ultima colazione e si tenta l'ultimo appostamento davanti all'hotel, e poi arriva il momento di arrivare all'areoporto. Praticamente tutto il volo EasyJet diretto verso Milano è pieno di springsteeniani, ma se all'inizio il clima è molto quello della gita scolastica, alla fine quasi tutti si addormentano pochi minuti dopo il decollo, cercando di recuperare il sonno arretrato di questi giorni.


A Malpensa gli ultimi saluti, un arrivederci alla prossima tappa del tour. Non manca molto.

martedì 2 giugno 2009

Al volo


E' vero, è vero, sto un po' trascurando il blog, ma nelle ultime settimane ho avuto parecchio da fare (e, incredibile!, non è una balla): tra lavoro, casini, tesi e tutto il resto, il tempo libero è stato davvero pochissimo.

In più, domani parto per Stoccolma: senza sapere bene dove dormirò per tre notti su cinque, mi aspettano tre show del nostro amico Bruce Springsteen, per me i primi di questo tour, e soprattutto i primi in assoluto "da solo". Non so bene cosa aspettarmi, vedremo, dai.

Ma nel frattempo, come vedete da quella foto là in alto, mi sto anche dando da fare (si fa per dire) con il gruppo: bisognerà fare un po' di pressioni sugli scansafatiche, ma con delle prove come si deve e l'impegno dei migliori rocker, I Soliti Ignoti potrebbero avere un futuro. Non so di che tipo, ma un futuro.

Al mio ritorno dalla terra svedese, vi aggiornerò, promesso.

giovedì 7 maggio 2009

All'italiana

Chi legge queste pagine da un po' di tempo si sarà di sicuro accorto della mia predilezione musicale per i rocker d'oltre Oceano (e non necessariamente solo quelli noti ai più), e per le piccole band e artisti tricolori, di cui più volte ho "recensito" dischi e serate live.

Però devo dire che questa volta gli artisti italiani mi hanno stupito: si sono ritrovati in un solo giorno, il 21 aprile scorso, in quel di Milano, e hanno registrato, tutti e 56 (se non erro) il brano "Domani", il cui singolo è già in vendita da un paio di giorni, e i cui proventi andranno interamente in beneficenza, per aiutare i terremotati d'Abruzzo.

Certo, il video è molto simile a quello di We Are The World, del lontano 1984:



ma è comunque molto godibile:



e per una volta, un grande applauso a tutti i musicisti italiani. Avanti così.

domenica 3 maggio 2009

1 Maggio (in Musica)

Negli ultimi 7-8 anni, il 1 maggio, incurante delle tristi bandiere rosse sventolanti davanti alle telecamere delle tv, e non per un vero ideale politico, ho snobbato manifestazioni varie ed eventuali, rifuggito ogni sorta di gita fuori le mura, e trovato il mio buen retiro, con qualche amico, sulle colline del Monferrato, per un pomeriggio di specialità locali, panini e buon vino dalle parti di Cantavenna.

Ma quest'anno, per vari motivi, ho cambiato del tutto l'impostazione della giornata, e anzi, caricati due pard in macchina, sono partito alla volta di Ferrara, dove in serata si sarebbero esibiti i Miami & The Groovers, il trio di Rigo Righetti e soprattutto Willie Nile in formazione elettrica.

Aggirato il traffico con una partenza intelligente, siamo arrivati nella città emiliana intorno alle sei di pomeriggio, in tempo per un breve giretto cittadino, prima di raggiungere la Sala Estense, dove si sarebbe svolta la serata, per salutare un buon numero di vecchi amici e ascoltare qualche frammento di soundcheck.

Pizza e birra veloce nelle vicinanze, e per le ottoemmezza circa siamo tutti seduti (la sala è piccola, appena trecento posti scarsi disposti su due piani): alle 21 precise salgono sul palco i Miami & The Groovers per mezz'ora di energia pura, rock granitico al punto giusto, perfetto per scaldare la platea, confermandosi una delle migliori live band italiane.
Mezz'ora anche per Rigo Righetti, e poi è la volta di Willie Nile, che arriva vestito di nero, e si siede subito dietro alla tastiera, per una Streets of New York da brivido. E poi via con un set elettrico di un'ora e mezza, con Vagabond moon, She's so cold, Hard times in America, Asking Annie out, On the road to Calvary, Black magic e tante altre, un grande medley dei Ramones e la straordinaria chiusura di nuovo al piano con Back home e Across the river, davanti al pubblico tutto in piedi ad applaudire.





A fine show, nonostante il raffreddore, Willie ha anche trovato il tempo e la voglia di fermarsi ad autografare cd e poster, scattare qualche foto e scambiare quattro chiacchiere con i tanti rimasti ancora lì, a dimostrare - se mai ce ne fosse bisogno - la sua grandissima umiltà, e che persona sia.

Ma la serata non è finita lì: noi rockettari irriducibili siamo rimasti in piazza ancora un'ora abbondante per scambiare storie di concerti, musica, rock, vita, prima di bere un'ultima birra e andare a dormire.

Il giorno seguente sarebbe arrivato il giro turistico per la città e l'avventura con le specialità tipiche del luogo, prima di ripartire verso casa notevolmente appesantiti, ma quella del 1 maggio 2009 è di certo una serata che non si dimenticherà.