giovedì 11 giugno 2009

Stoccolma e ritorno

Come promesso, anche se con un minimo di colpevole ritardo, un breve aggiornamento sul mio recente viaggio in Svezia.

Parto mercoledì da Malpensa, a metà pomeriggio sono già nel freddo (non ancora polare) di Stoccolma, a picchettare l'albergo di Bruce Springsteen. Sì, perchè noi malati di mente, quando arriviamo in una città sconosciuta, non ci buttiamo a capofitto nel turismo, nelle poche ore d'aria che lasciamo libere da file davanti a stadi e palazzetti, ma anzi, cerchiamo di vedere da vicino il nostro eroe facendogli la posta davanti alla locanda che lo ospita.
Comunque sia, niente da fare: fino a lunedì, giorno della mia partenza, vedrò quasi tutti i componenti della band, e con molti di loro mi fermerò anche a fare quattro chiacchiere amichevoli, ma di Bruce nemmeno l'ombra. Pare che l'attempato rocker del New Jersey non abbia troppa voglia di concedersi, e preferisca uscire da porte secondarie.


Giovedì mi metto in fila di buon'ora davanti allo Stadio Olimpico, con una temperatura che durante la giornata non raggiunge i 10 gradi, e una pioggia battente che diventerà molto fastidiosa all'inizio del concerto. Ma nel frattempo, sparpagliati per la fila, vedo molte facce conosciute, e ne incontro altre nuove, a testimonianza del fatto che, anche se qua e là la carboneria regna sovrana, e il talebanismo si fa largo, ci sono ancora degli springsteeniani degni di questo nome, con cui nel corso degli show in giro per l'Italia e per il mondo si instaura un'amicizia vera, che va al di là dei concerti in sè.
Entro nel pit poco dopo le 18, e lì rimarrò fino alle 23, alla fine dello show, sotto una pioggia battente che non ne vuol sapere di darci tregua, e che fa persino scivolare Bruce sul secondo palchetto, con un colpetto sulle reali terga che fa trasalire le fan più sensibili. Anche se fa addirittura male battere le mani, per il freddo, il concerto è ottimo: Nils Lofgren ha finalmente il giusto spazio tra Because the Night e The Ghost of Tom Joad, Wild Thing è spigliata e divertente, Hard Times eccelsa (grazie anche ai coristi Curtis e Cindy), e in definitiva i brani dell'ultimo disco, anche se non convincono ancora del tutto, sono molto meglio dal vivo di quanto mi potessi aspettare.

Vado a dormire convinto di svegliarmi il giorno dopo con la polmonite, ma incredibilmente venerdì mi ritrovo solo un po' acciaccato; decido però di non passare tutto il giorno davanti allo stadio, ma di concedermi un po' di turismo - anche gastronomico - in compagnia dell'amico Vittorio. Dopo un giretto in città, su consiglio della nostra graziosissima signorina della reception scarpiniamo fino al Prinsen, ristorante in cui ci dedichiamo a tutte le specialità locali, sborsando un'enormità, ma in fondo chissenefrega, ne valeva la pena: aringhe, pesce persico, uova arancioni di qualche pesce sconosciuto e via dicendo, rimaniamo a tavola fino alle 15 passate, e quindi, con tutta calma, ci avviamo verso lo stadio. Non piove, ma la temperatura sembra essere anche più bassa del giorno prima (scopriremo che la sera si sono toccati i 2 gradi).
Preso il braccialetto per l'agognato pit, andiamo al vicino pub per una birra (rigorosamente export, quelle locali arrivano al massimo a 3,5 gradi, in pratica acqua sporca), ed entriamo poi nello stadio intorno alle 19 passate, guadagnando comunque una buona posizione, verso metà pit, sul lato Clarence.


Il concerto è grandioso: si inizia con Downbound Train, e nel corso della scaletta arriveranno chicche come Good Lovin' e Lost in the Flood elettrica, oltre alla tour premiere di Queen of the Supermarket e a una strepitosa Detroit Medley, con al suo interno anche Land of a 1000 dances. Infreddoliti ma felici, intorno alle 2, mentre fuori già albeggia, ce ne andiamo a dormire.

Sabato è la nostra "giornata libera", il prossimo concerto sarà soltanto domenica. Dopo aver picchettato per qualche ora - e senza successo, di nuovo - l'albergo di Bruce, ci dedichiamo un minimo al turismo, girando per la città vecchia, e guardando le bellezze della città, per poi addentare un succulento hamburger di alce, indispensabile per calmare i morsi della fame. E mentre altri amici arrivano dall'Italia per l'ultimo show, decidiamo di cenare all'Hard Rock Cafè (uno dei più scalcinati in cui io sia mai stato: se capitate a Stoccolma, non andateci).

La domenica ci alziamo di buon'ora, e dopo una succulenta colazione andiamo all'Olimpic Stadion, aiutati da un pallido sole e da una temperatura finalmente accettabile. Si passa tutto il giorno insieme agli amici springsteeniani - compreso un gradevolissimo fish&chips nel pub vicino, nella pausa di pranzo degli appelli - e all'apertura dei cancelli riusciamo a conquistare una dignitosa seconda fila, lato Clarence.
Il concerto è strepitoso: No Surrender apre, e nel corso dello show, dopo la tour premiere di The River (che, lo sapete, per me ha un significato particolare) c'è spazio anche per un'eccezionale Fade Away, una grandiosa Jungleland e una Twist&Shout suonata apposta per spaccare in due lo stadio.

Usciamo dai cancelli un po' storditi ma estasiati, con dei sorrisi da guancia a guancia, e già cominciamo a fare progetti per viaggi futuri, concerti in qualche strano Paese, in Europa o in America, fantasticando su quali pezzi potranno entrare in scaletta e faticando ancora a credere a quelli che abbiamo sentito.

Arriva il lunedì, qualcuno è già partito, si fa l'ultima colazione e si tenta l'ultimo appostamento davanti all'hotel, e poi arriva il momento di arrivare all'areoporto. Praticamente tutto il volo EasyJet diretto verso Milano è pieno di springsteeniani, ma se all'inizio il clima è molto quello della gita scolastica, alla fine quasi tutti si addormentano pochi minuti dopo il decollo, cercando di recuperare il sonno arretrato di questi giorni.


A Malpensa gli ultimi saluti, un arrivederci alla prossima tappa del tour. Non manca molto.

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