venerdì 16 novembre 2007

Inciso nel legno


Non sprecherò parole sull'approvazione della Finanziaria nè sul toccata e fuga di Dini, lasciamo perdere.
E, già che ci siamo, non butterò via righe nemmeno sulla truce vicenda di Meredith, Amanda, Nubumba e compagnia bella, che quasi potremmo ribattezzare "Garlasco 2 - Il sequel", per la sete di cronaca nera che hanno giornali e Tg.

Oggi parliamo di cose serie.

Ieri ho ripreso in mano la mia chitarra.

Non quella acustica, che bene o male suono appena ho un attimo di tempo (e ultimamente sono pochi), ma quella elettrica, verso la quale, lo ammetto, sono sempre stato un po' pigro.
Perchè bisogna prenderla, estrarla con cura dalla custodia, tirare fuori i cavi, inserire il jack, accendere l'accordatore, controllare che ogni corda suoni nel modo giusto, accendere l'ampli, settare riverbero, bassi e tutto il resto nel modo congeniale e poi, finalmente, attaccare il primo accordo.

Senza contare che, essendo della vecchia scuola, non concepisco minimamente quelle sottospecie di accrocchi moderni, per lo più prodotti in Cina o chissà dove, con materiali scadenti o comunque di seconda scelta. Per quanto riguarda le elettriche, il mio sguardo ristretto mi spinge solo e soltanto verso Fender, avendo un enorme rispetto per la rivale di sempre Gibson. E basta, le altre marche non mi piacciono, non mi attirano, non mi interessano.
Tornando alla Fender, il mio essere totalmente snob e integralista mi spinge - di nuovo - solo e soltanto verso le chitarre prodotte negli USA, secondo tutti i crismi: legno giusto e massiccio, e quindi, va da sè, pesante.

Come ho detto prima, la pigrizia fa da padrona, ed è per questo che, a parte momenti particolarmente brillanti, ho - mea culpa - trascurato un po' la mia chitarra elettrica. Che poi, altri non è che una Fender Telecaster 1952 Reissue, mica bruscolini.

Comunque sia, ieri l'ho ripresa in mano, l'ho accordata, ho settato l'ampli, ho inforcato la tracolla e ho fatto un paio di pezzi, con alterna fortuna.

Ma dà sempre e comunque una grande soddisfazione, quando colpisci con il plettro la prima corda, e trasformi quel brusio di fondo dell'amplificatore in musica.
E dà ancora più soddisfazione quando una chitarra riesce a trasmettere a chi la suona un minimo di vissuto. Nella mia mente malata, non attraverso qualche macchia che, prima o poi, va a sporcare il manico, e nemmeno negli evidenti segni che il passaggio del plettro lascia sul battipenna. No, quello che fa sorridere di più è quella serie di piccoli e grandi graffi e segni che si trovano sulla parte posteriore della chitarra, lasciati dalle mille botte e sfregamenti contro la cintura. Sono unici, ricordi di tentativi, sudore, accordi sbagliati, riff gettati in fumo all'ultima nota, brani perfetti, assoli distorti, arrangiamenti deliranti, punk saltellanti, rock duri e via dicendo. In ognuna di quelle piccole tacche c'è qualcosa di irripetibile, unico e terribilmente personale.

Inciso nel legno della mia Fender.

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